“È tutto mio!”. Tutto quello che c’è da sapere sull’egocentrismo infantile

Cari genitori,
il mettere se stessi al centro è una caratteristica strettamente umana. In età adulta la parola egocentrismo richiama un significato negativo, attribuibile a coloro che subordinano al proprio interesse personale tutto ciò che li circonda, disinteressandosi dei punti di vista altrui. Nel mondo della prima infanzia, invece, l’egocentrismo assume una connotazione positiva, funzionale e inevitabile, come fase di crescita in cui il piccolo impara a relazionarsi col resto del mondo da individuo a sé stante.

Oltre ai perpetui “NO!” di cui abbiamo già parlato in questa rubrica, a partire dai 18 mesi il vostro pupetto si affezionerà ad altre due paroline, tanto potenti quanto facili da pronunciare: “IO!” e “MIO!”. In realtà il significato evolutivo che sta dietro queste affermazioni
apparentemente semplici (e, diciamocelo, pure un po’ esasperanti..!) è affascinante: il bambino sta cominciando a capire il concetto del sé, dell’altro e della proprietà.

Per quanto i comportamenti legati al “è tutto mio!” siano completamente normali e sintomatici di maturazione cognitiva, all’atto pratico non di rado creano situazioni burrascose. Al nido, ad esempio, vedere due bimbi venire alle mani per contendersi un giocattolo è un’esperienza estremamente frequente, come anche osservarne altri che a fine giornata vorrebbero ostinatamente portare con sé oggetti appartenenti alla
struttura. Anche nella scuola dell’infanzia i bambini di 3 e 4 anni sperimentano questi conflitti con i coetanei: sono ancora molto concentrati sui propri desideri, seppure ormai in grado di capire che non tutto appartiene a loro; a questa età la difficoltà più grande sta nella condivisione degli oggetti preferiti, con i quali si identificano.

Vero è che frequentare coetanei all’interno di contesti sociali come il nido e la scuola dell’infanzia, dove i bisogni del singolo si “scontrano” con quelli di altri pari, rappresenta una palestra importante per superare l’egocentrismo infantile. I momenti di tensione e contesa di un gioco sono infatti terreno fertile per sperimentare soluzioni ai conflitti, gestire la frustrazione, imparare a “fare a turno” e a giocare insieme. E anche se spesso la tendenza degli adulti sarebbe quella di intervenire per “risolvere” il litigio, in realtà i bimbi dovrebbero essere lasciati liberi di gestire in autonomia queste situazioni (chiaramente a meno che non vi sia un rischio di tensione eccessiva).

Cosa possiamo fare allora per aiutare i nostri figli a vivere al meglio questa fase?

  • Regole chiare: piuttosto che fare paternali incomprensibili sull’egoismo, è importante aiutarli a distinguere cosa appartiene a chi – indicandogli chiaramente cosa è loro, cosa dei genitori, di tutti i bimbi dell’asilo, della maestra eccetera – e le regole di utilizzo. Questo non eviterà il pianto o la frustrazione, ma aiuterà i vostri cuccioli immersi nella fase possessiva a gestire con maggiore serenità il
    momento;
  • Non obbligare alla condivisione: questa pretesa potrebbe solo essere controproducente, perché non rispetta la fase di crescita dei piccoli e le loro capacità empatiche. Solo con il crescere dell’età sarà naturale per loro iniziare a farlo volontariamente;
  • Proporre il concetto di turno: il saper attendere è sicuramente fonte di frustrazione per i bimbi, ma come sempre il gioco è il mezzo d’insegnamento più potente che possiamo utilizzare per veicolare un messaggio! Facciamo un esempio concreto: nostro figlio si sta dondolando sull’altalena e si presenta un coetaneo anche lui desideroso di salire. Proporre il turno si tradurrà in “amore, anche questo bimbo vuole giocare con l’altalena! Facciamo così: tu dondoli altre 10 volte e poi anche lui monta e fa 10 voli, così vi alternate!
  • Dare il buon esempio: la gentilezza che usiamo nel chiedere, dare, scambiare le cose con altri e con i bambini stessi (ad esempio utilizzando “posso?”, “grazie!”, per favore!”) sarà la fonte d’ispirazione primaria per i loro comportamenti futuri!

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